Ormai da anni, già dalla riforma Monti Fornero del 2011, il legislatore incentiva l’attività lavorativa oltre i limiti della pensione di vecchiaia. Andiamo ad analizzare gli incentivi messi a disposizione del lavoratore, sempre più incoraggiato a rimandare il momento della pensione.
Lavorare oltre i 67 anni
Tra i meccanismi dedicati all’incentivazione dell’attività lavorativa, vi è la previsione di coefficienti di trasformazione del montante contributivo calcolati fino a 70 anni. È logico che lavorare oltre i limiti della pensione di vecchiaia – attualmente conseguibile all’età di 67 anni – comporta maggiori versamenti effettuati dal datore di lavoro (e dal dipendente), quindi un incremento del montante contributivo.
A ciò bisogna aggiungere che, ai fini di calcolo della prestazione pensionistica, vengono utilizzati coefficienti di trasformazione del montante contributivo più generosi in relazione alla maggiore età anagrafica. Questi coefficienti vengono calcolati e adeguati ogni qualvolta si verifica un aumento della speranza di vita, gli ultimi coefficienti di trasformazione (20 novembre 2024) sono previsti per età fino ai 71 anni.
Rinunciare a quota 103
Un’altra forma di incentivo, riguarda coloro che sono in possesso dei requisiti di accesso per la pensione quota 103.
Già dal 2023, i lavoratori che potrebbero accedere a questa pensione ma decidono di proseguire l’attività lavorativa, possono richiedere all’Inps di incrementare il “netto in busta“: non versare quindi la contribuzione a proprio carico, ma di vederla riaccreditata in busta paga.
Una somma, quella accreditata in busta, che era, fino al 31 dicembre 2024, soggetta a tassazione.
Questa possibilità è stata estesa dalla legge di Bilancio per il 2025 anche ai lavoratori in possesso dei requisiti per la pensione anticipata “ordinaria”, prevedendo al contempo – sia per quota 103
e anticipata – la non imponibilità ai fini fiscali delle somme riaccreditate al dipendente.
Un’opzione particolarmente interessante, che viene meno, precisa l’Inps, con l’accesso alla pensione per la quale si sono perfezionati i requisiti, oppure al raggiungimento dell’età anagrafica richiesta per la pensione di vecchiaia. Pertanto, dopo i 67 anni, non è più possibile continuare a beneficiare della “restituzione dei contributi“.
La scelta di non versare contribuzione non ha impatto sulle quote retributive della pensione del lavoratore, essendo calcolate sulla retribuzione media, viceversa andrà però a pesare sulla quota contributiva, per effetto del minor versamento.




