Tasso di occupazione italiano da record, ma preoccupa il numero di inattivi e il gap con l’Europa. Nonostante la crescita di lavoro e salari, preoccupa infatti il valore reale delle retribuzioni, erose dell’inflazione, ed il mismatch tra competenze richieste e mondo del lavoro.
Nel suo Rapporto Annuale, l’Istat sottolinea come nel 2023 gli occupati in Italia siano aumentati del 2,1%; una crescita in linea con il +2,4% nel 2022 e il +0,8% nel 2021, con nuovi record per il nostro Paese. Il tasso di occupazione (61,5%) continua però a essere largamente inferiore rispetto a Germania (77,2%), Francia e Spagna (rispettivamente 68,4 e 65,3%) e, più in generale, alla media UE (70,4%).
Ciò conferma come, se da una parte il numero di disoccupati si è ridotto nel corso degli ultimi anni con un tasso di disoccupazione 2023 al 7,7% (inferiore di 2,2 punti percentuali rispetto al 2019), dall’altro preoccupa il tasso di inattività, in prevalenza riferibile a donne e giovani; il tasso d’occupazione femminile è del 52,5% rispetto al 65,7% della media europea, mentre quello giovanile (15-24 anni) è al 20,8% contro il 35,2% europeo.
È evidente, dunque, come nel confronto con i principali Paesi europei, il mercato del lavoro italiano presenti ancora un notevole ritardo. Il divario nei tassi di occupazione rispetto alla media europea può essere integralmente ricondotto – sottolinea l’Istat – alla debolezza del mercato del lavoro delle regioni del Mezzogiorno (nel 2023 il 48,2% di occupati) e alla scarsa partecipazione della componente femminile (con un tasso di occupazione pari al 52,5%, a fronte del 65,7% della media europea).
Per contro, le regioni del Nord mostrano tassi in linea con quelli medi europei (69,4%) o addirittura superiori per la componente maschile (76,3% rispetto al 75,1%).
È poi interessante notare come negli ultimi decenni le caratteristiche dell’occupazione siano cambiate, accompagnando l’evoluzione dell’economia e della società.
La transizione demografica che vive il nostro Paese inevitabilmente coinvolge anche la struttura del mercato del lavoro, con un progressivo invecchiamento della forza lavoro. Inoltre, l’ingresso nel mercato del lavoro è per i giovani sempre più tardivo a causa di percorsi di tempi di istruzione più lunghi.
Viceversa, le generazioni più adulte restano più a lungo all’interno del mercato a causa delle riforme del sistema pensionistico degli ultimi anni.
Di conseguenza, nell’ultimo ventennio il quadro occupazionale in Italia è cambiato sia in termini di soggetti coinvolti sia di caratteristiche che la definiscono. Sul totale della popolazione in età attiva, il tasso di occupazione è aumentato di circa 4 punti percentuali, frutto di dinamiche differenti per fascia di età: al calo tra i 15-24enni (da 27,3% nel 2004 fino a 20,4% nell’ultimo anno) è corrisposto un forte aumento per i 50-64enni (dal 42,3 al 63,4%), in particolare per le donne (da meno del 30 al 52,9% per questa fascia di età).
Salari e inflazione
Nel complesso, se da una parte gli ultimi dati mostrano un mercato del lavoro in crescita, dall’altra permangono alcuni problemi strutturali, tra cui i bassi salari e il mismatch tra domanda e offerta. Non è un caso che l’Italia conservi una quota molto elevata di occupati in condizioni di vulnerabilità economica, con un più alto rischio di povertà tra le famiglie italiani rispetto alla media europea.
Le cause vanno ricercate innanzitutto nella crescita contenuta delle retribuzioni a fronte di un potere d’acquisto ridotto, causa l’impennata inflazionistica degli ultimi anni.
Nel triennio 2021-2023, le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute a un ritmo decisamente inferiore a quello osservato per i prezzi: tra gennaio 2021 e dicembre 2023 i prezzi al consumo sono complessivamente aumentati del 17,3%, mentre le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 4,7%.
Solo dopo un periodo di quasi 3 anni, la dinamica tendenziale delle retribuzioni contrattuali è tornata, a ottobre 2023, a superare quella dei prezzi, grazie alla continua decelerazione dell’inflazione. Tuttavia, nel complesso, lo scorso anno la crescita salariale è risultata ancora inferiore a quella dell’inflazione: le retribuzioni contrattuali orarie nel 2023 sono aumentate del 2,9%, a fronte di una crescita dei prezzi al consumo del 5,9% che ha determinato un ulteriore calo delle retribuzioni in termini reali.
Mismatch
Altro problema strutturale del mercato del lavoro italiano è la mancata corrispondenza tra le competenze possedute e quelle richieste dal mondo, il cosiddetto mismatch: un fenomeno per cui un alto numero di disoccupati (1.850.000, a cui si potrebbero aggiungere i 12 milioni di inattivi) convive con un alto numero di posti di lavoro vacanti. Una particolare forma di mismatch è rappresentata da quella parte degli occupati che, pur disponendo di un titolo di studio elevato, non svolge un’occupazione adeguata, con riflessi inevitabili anche sulle retribuzioni percepite.
Nel 2023, tra i laureati, circa 2 milioni di persone (il 34% del totale) risultano sovraistruite rispetto al lavoro che svolgono. Tra i più giovani (25-34 anni), sono più frequentemente sovraistruiti gli stranieri (52% contro il 36,9% degli italiani) e le donne (39,8% rispetto al 34,5% degli uomini).
In conclusione
Nel complesso, i dati esposti da Istat restituiscono un quadro economico e sociale complesso, a cui la politica non sembra essere ancora riuscita a dare risposte di lungo periodo.
Emerge così la necessità di formulare degli interventi strutturali in grado di ricucire il gap con gli altri paesi, riducendo al tempo stesso il bisogno di misure di integrazione al reddito e bonus vari, che ad oggi sembrano aver avuto perlopiù l’effetto di ingrossare il debito pubblico.
Retribuzioni più competitive potrebbero inoltre contribuire a garantire assegni pensionistici più generosi una volta giunti nella fase di quiescenza, fonte di preoccupazione per giovani e donne con carriere discontinue.
È evidente, infatti, che bassi salari e un livello di occupazione non ottimale compromettono il patto intergenerazionale alla base del sistema pensionistico, in una situazione ulteriormente aggravata dalle attuali tendenze demografiche.




