Con il nuovo aumento dei casi da Covid-19 lo smart working si prospetta nuovamente come soluzione ideale di lavoro sia per il settore privato sia per la pubblica amministrazione. Ma quali sono i dati risultanti dall’analisi del periodo di smart working che sembrava essersi appena concluso?

I dati sullo smart working fino ad oggi

Secondo uno studio effettuato dall’Osservatorio del Politecnico di Milano la modalità di lavoro agile ha prodotto un aumento della produttività del 15% ed una diminuzione del tasso di assenteismo del 20%, con un risparmio complessivo del 30%.

Il principale punto di dibattito in merito è quello del diritto del lavoratore alla disconnessione. Secondo l’Osservatorio Nomisma-Crif il 28% dei lavoratori in smart working ha lamentato un aumento delle ore lavorate ed una percentuale simile ha dichiarato di non riuscire a distinguere la vita lavorativa da quella privata.

Ma lo smart working ha dei lati positivi anche per molti lavoratori. Più del 60% infatti ha ammesso di essere favorevole al proseguimento dello smart working anche a pandemia finita, perché permette di vivere di più la famiglia e di risparmiare tutto il tempo impiegato negli spostamenti tra casa e la sede lavorativa.

Il ritorno dello smart working

Il DPCM emanato di recente dal governo impone alla Pubblica Amministrazione l’obbligo di incentivare lo smart working fino al raggiungimento di almeno il 50% dei lavoratori. Non c’è invece nessuna percentuale da rispettare per il settore privato, dove comunque viene raccomandata la modalità di lavoro agile dove possibile.

La semplificazione normativa che permette ai datori di lavoro di decidere liberamente sulle modalità di smart working è stata quindi prorogata fino al 31 gennaio 2021 per agevolare le procedure.

Chiusura estiva uffici dal 10 al 21 agosto inclusi

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